
Non tardò a manifestare una personalità priva di complessi e inibizioni, portata al confronto competitivo con la realtà. Una testimonianza ne è la lettera che, ancor sedicenne (1879), scrisse a Giosuè Carducci, mentre frequentava il liceo al prestigioso istituto Cicognini di Prato. All'epoca Carducci era il più rinomato poeta italiano e godeva di grande fama nella neonata Italia. Nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima raccolta di poesie del giovane studente,"Primo vere". In breve tempo ne nacque quello che sarebbe poi diventato il "fenomeno dannunziano".
Accompagnato da un'entusiastica recensione critica sulla rivista romana «Fanfulla della Domenica», il successo del libro venne gonfiato dallo stesso d'Annunzio che fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l'effetto, insieme alle successive smentite, di richiamare

In breve tempo divenne una figura di primo piano della vita culturale e mondana romana. D'Annunzio costruì questo precoce successo collaborando a diversi periodici, sfruttando il mercato librario e orchestrando spettacolari iniziative pubblicitarie intorno alle sue opere.
I dieci anni trascorsi nella capitale (1881-1891) furono decisivi per la formazione dello stile comunicativo di d'Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano della città si formò quello che possiamo definire il nucleo centrale della sua visione del mondo. L'accoglienza nella città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese (Edoardo Scarfoglio, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti, Pasquale Masciantonio, ecc.) che fece parlare in seguito di una "Roma bizantina".
La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante - ancora molto lontano dall'effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee -, una novità "barbarica" eccitante e trasgressiva; d'Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione "centro-periferia" "natura-cultura" offriva alle attese di lettori desiderosi di novità.

Si può quindi parlare, tanto nelle opere quanto nella vita di d'Annunzio, di una idealizzazione del mondo, che viene ad essere circoscritto nella dimensione del mito; la sua fantasia lottò prepotentemente per imporre sulla realtà del presente, vissuto con disprezzo, i valori "alti" ed "eterni" di un passato visto come modello assoluto di vita e di bellezza.
Uno dei risultati più impressionanti della sua apparizione nel mondo letterario, consolidatasi con la pubblicazione del primo romanzo Il Piacere nel 1889, fu la creazione di un vero e proprio "pubblico dannunziano", condizionato non tanto dai contenuti quanto dalla forma divistica, un vero e proprio star system, che lo scrittore costruì attorno alla propria immagine. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da "grande divo", con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di "vivere un'altra vita", di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa. Tra il 1891 e il 1893 d'Annunzio visse a Napoli. Qui compose il suo secondo romanzo, L'innocente, seguito dal Trionfo della morte e dalle liriche del Poema paradisiaco. Sempre di questo periodo è il suo primo approccio agli scritti di Nietzsche, che vennero parzialmente fraintesi, sebbene ebbero l'effetto di liberare la produzione letteraria di d'Annunzio da certi residui moralistici ed etici. Tra il 1893 e il 1897 d'Annunzio intraprese

Nel 1897 volle provare l'esperienza politica, vivendo anch'essa, come tutto il resto, in un modo soggettivo e clamoroso: eletto deputato della destra, passò quasi subito, con la famosa e tutta dannunziana affermazione "vado verso la vita", nelle file della sinistra. Sempre nel '97 conobbe la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe inizio la "stagione" centrale della sua vita. Per vivere accanto alla sua nuova compagna, d'Annunzio si trasferì nei dintorni di Firenze, a Settignano, dove affittò la villa "La Capponcina", trasformandola in un monumento del gusto estetico decadente.
Il periodo dei
successi si chiuse
nel 1910 con una
fuga in Francia: già
da tempo la follia
dissipatrice del
poeta aveva
accumulato una serie
di creditori; e
l'unico modo per
evitarli era
diventato oramai la
fuga dall'Italia.
L'arredamento della
villa fu messo
all'asta e
D'Annunzio non
rientrò in Italia
fino allo scoppio
della guerra, nel
1915.
A Parigi D'Annunzio era già una celebrità (all'epoca era già stato tradotto in Francia da Georges Hérelle). Ciò gli permise di mantenere sostanzialmente inalterato il suo stile di vita (continuò a contrarre debiti, a dissipare danaro e a coltivare amicizie femminili), anche grazie ai prestiti che gli concessero alcuni giornali (il Corriere della Sera in special modo). Pur lontano dall'Italia, d'Annunzio collaborò al dibattito politico dell'Italia prebellica. Nel 1910 Enrico Corradini organizzò l'Associazione nazionalista italiana. D'Annunzio aderì a questo progetto, opponendosi all' "Italietta meschina e pacifista" e inneggiando a una nazione dominata dalla volontà di potenza. Dopo il periodo parigino, si ritirò ad Arcachon, sulla costa Atlantica, dove si diede soprattutto all'attività letteraria in collaborazione con musicisti di successo (Mascagni, Debussy,...).

A Parigi D'Annunzio era già una celebrità (all'epoca era già stato tradotto in Francia da Georges Hérelle). Ciò gli permise di mantenere sostanzialmente inalterato il suo stile di vita (continuò a contrarre debiti, a dissipare danaro e a coltivare amicizie femminili), anche grazie ai prestiti che gli concessero alcuni giornali (il Corriere della Sera in special modo). Pur lontano dall'Italia, d'Annunzio collaborò al dibattito politico dell'Italia prebellica. Nel 1910 Enrico Corradini organizzò l'Associazione nazionalista italiana. D'Annunzio aderì a questo progetto, opponendosi all' "Italietta meschina e pacifista" e inneggiando a una nazione dominata dalla volontà di potenza. Dopo il periodo parigino, si ritirò ad Arcachon, sulla costa Atlantica, dove si diede soprattutto all'attività letteraria in collaborazione con musicisti di successo (Mascagni, Debussy,...).
Rifiutata
la
cattedra
di
letteratura
italiana
che
era
stata
di
Giovanni
Pascoli,
partecipò
come
volontario
alla
Prima
guerra
mondiale
con
alcune
azioni
dimostrative
navali
ed
aeree
e il
volo
su
Vienna.
Nel
1915
ritornò
in
Italia,
conducendo
da
subito
una
intensa
propaganda
interventista.
Il
discorso
celebrativo
che
D'Annun
zio
pronuncia
a
Quarto
(4
maggio
1915)
suscita
entusiastiche
manifestazioni
interventiste.
D'Annunzio
si
arruola
volontario.
Nel
gennaio
del
1916,
costretto
a un
atterraggio
d'emergenza
subì
una
lesione,
all'altezza
della
tempia
e
dell'arcata
sopraccigliare,
sbattendo
contro
la
mitragliatrice
del
suo
aereo.
Non
curò
la
ferita
per
un
mese,
perdendo
un
occhio.
Visse
così
un
periodo
di
convalescenza,
in
cui
fu
assistito
dalla
figlia
Renata.
Ma
ben
presto
tornò
in
guerra.
Contro
i
consigli
dei
medici,
continuò
a
partecipare
ad
azioni
belliche
aeree
e di
terra.
Nel
1919
organizzò
un
clamoroso
colpo
di
mano
para-militare,
guidando
una
spedizione
di
"legionari"
all'occupazione
della
città
di
Fiume,
che
le
potenze
alleate
vincitrici
non
avevano
assegnato
all'Italia.
Con
questo
gesto
d'Annunzio
raggiunse
l'apice
del
processo
di
edificazione
del
proprio
mito
personale
-
"immaginifico"
e
politico.
Al volgere della guerra, d'Annunzio si fa portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della "vittoria mutilata" e chiedendo, in sintonia con una serie di voci della società e della politica italiana, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. Questo vasto malcontento, trovò ben presto il suo portavoce e capo carismatico in un volto nuovo della politica italiana: Benito Mussolini. L'11 e 12 settembre 1919, la crisi di Fiume. La città, occupata dalle truppe alleate, aveva chiesto d'essere annessa all'Italia. D'Annunzio con una colonna di volontari occupa Fiume e vi instaura il comando del "Quarnaro liberato". Il 12 novembre 1920 viene stipulato il Trattato di Rapallo: Fiume diventa città libera, Zara passa all'Italia. Ma d'Annunzio non accettò l'accordo e il governo italiano fece sgomberare i legionari con la forza.
Costretto
a
ritirarsi,
d'Annunzio
si
"esiliò",
con
un
gesto
altrettanto
carico
di
significati
retorici,
in
un'esistenza
solitaria
nella
sua
villa
di
Gardone
Riviera
- il
Vittoriale
degli
Italiani.
Qui
lavorò
e
visse
fino
alla
morte,
avvenuta
nel
1938,
curando
con
gusto
teatrale
un
mausoleo
di
ricordi
e di
simboli
mitologici
di
cui
la
sua
stessa
persona
costituiva
il
momento
di
attrazione
centrale.
Dopo
la
scrittura
e la
voce,
egli
dunque
scelse
il
silenzio
del
mistero
per
delimitare
i
confini
del
"proprio
mondo";
e
mai
un
possessivo
fu
più
adeguato
per
indicare
una
visione
della
vita
così
egocentrica
e
assoluta.
Non
avendo
più
strumenti
comunicativi
adatti
alla
realtà,
D'Annunzio
trovò
in
quel
silenzio
l'unica
possibilità
in
grado
di
mantenere
in
vita
il
proprio
personaggio.
Il
regime
non
fece
mai
conoscere
la
causa
della
morte
di
d'Annunzio.
Dopo
il
ventennio
si
fece
strada
la
storia
che
il
poeta
fosse
stato
ucciso
dal
suo
pianista
spingendolo
fuori
dalla
finestra.
Per il dettaglio delle Opere di Gabriele d'Annunzio clicca qui.

Al volgere della guerra, d'Annunzio si fa portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della "vittoria mutilata" e chiedendo, in sintonia con una serie di voci della società e della politica italiana, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. Questo vasto malcontento, trovò ben presto il suo portavoce e capo carismatico in un volto nuovo della politica italiana: Benito Mussolini. L'11 e 12 settembre 1919, la crisi di Fiume. La città, occupata dalle truppe alleate, aveva chiesto d'essere annessa all'Italia. D'Annunzio con una colonna di volontari occupa Fiume e vi instaura il comando del "Quarnaro liberato". Il 12 novembre 1920 viene stipulato il Trattato di Rapallo: Fiume diventa città libera, Zara passa all'Italia. Ma d'Annunzio non accettò l'accordo e il governo italiano fece sgomberare i legionari con la forza.

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Testo e foto tratti da http://www.wikipedia.it